Cocullo e San Domenico

Cocullo

Una rassegna dei centri marsicani non può non comprendere Cocullo, in cui si celebra la "processione coi serpi"; ma quella è la "festa" di tutti gli Abruzzesi, soprattutto  degli  abitanti dei paesi vicini i quali  vi accorrono in massa. Il paese sorge su una asperità aggrappata alla montagna che segna lo spartiacque fra la valle peligna e quella marsicana, a cui per un  pezzetto appartiene se non più territorialmente, almeno per storia, tradizione e vincoli amministrativi. Infatti fino alla metà dell' ‘800 le suore del monastero pescinese di Santa Chiara possedevano alcuni terreni della frazione cocullese dei Casali; inoltre, fino all'unità d'Italia (più esattamente nel 1861) Cocullo fece parte, salvo la breve parentesi dei Napoleonidi della prima decade dell' ‘800, del Circondario di Avezzano (senza considerare la sicura e lunga appartenenza, nel Medioevo, alla Contea di Celano). Ancora alla fine del secolo permaneva quella suddivisione amministrativa: il 2 giugno 1876 il Sindaco di Cocullo G.Gentile, nell'illustrare al Prefetto il disegno del gonfalone, così scrisse: "La colonna come termine Cocullo degli Antichi Marsi, essendo l'ultimo paese che divide i Marsi dai Peligni ecc. - La ginestra ecc. - Il serpe poi allude a quell'antica favola della Maga Marsicana Angizia, incantatrice di serpenti, ecc." (allora non era conosciuto il culto peligno di Ercole Curino: solo nel  secolo scorso il santuario di questa divinità pagana fu riportato alla luce, poiché fino alla seconda metà dell' ‘800 i suoi resti, a Sulmona, nella cui area Cocullo era compreso, erano definiti "la Villa di Ovidio"); ma ancora oggi Cocullo, pur appartenendo  alla Diocesi di Sulmona, fa capo alla Marsica per i servizi giudiziari.

Le origini di Cocullo si perdono nelle brume della Storia. Una notizia certa risale a duemila anni fa, quando Strabone nel quinto libro della sua "Geografia" descrisse l'itinerario della Tiburtina comprendendo nella elencazione dei centri attraversati l'"oppidum Cuculli" (secondo il mio modesto parere non ha alcuna rilevanza l'identificazione, fatta da qualche studioso, di Cocullo con Scurcola (!) rilevando tra i due toponimi una strana analogia; tanto meno è credibile la tesi della traduttrice di Strabone che pone Cocullo addirittura nel Reatino: basti riflettere che Coculum ha lo stesso nome di Cocullo e  che il paese sta sulla traiettoria - Vicovaro, Carsoli, Alba, Cocullo - della Tiburtina dopo Alba e prima di Corfinio).

Se non è una prova sicura, è certamente un valido indizio il parallelo tra la frase che avrebbe scritto Ovidio ("...Ricordo quando deponevo i serpi sull'ara di Ercole Curino...") ed il ricordo che si perpetua a Cocullo, con la deposizione delle bisce (sia pure che queste abbiano una valenza quasi opposta poiché esse ora stanno a simboleggiare il dominio di San Domenico sugli animali velenosi) sulla statua del Santo. Ma io penso che sia più che sufficiente la testimonianza dello storico e geografo greco.

Confuse e fantastiche, oserei dire, sono le intuizioni che ti portano ad epoche più remote. Gli elementi ci sono: la "guerra sociale" e, prima ancora, le guerre sannitiche; mancano le testimonianze riferite a quei tempi. E' vero che nei secoli si sono accavallate calamità ed epidemie (cito la terribile "peste nera" che nella metà del 1300 ha certamente infierito anche tra queste contrade), le quali hanno sottratto alla nostra attenzione almeno qualche documento; ma... non si costruiscono case senza mattoni. Oggi Cocullo, a 900 metri sul livello del mare, appare abbarbicato al colle come un cappuccio che purtroppo appare scucito in basso, nella parte vecchia dell'abitato, per le ferite infertegli a causa di una recente infelice ristrutturazione. Nel ‘600 il viaggiatore ed erudito tedesco Luca Holste trovò a Cocullo "numerose vestigia dell'antichità"; oggi non c'è quasi più niente, salvo qualche colonna incastonata nei muri e qualche struttura camuffata nelle case più vecchie. Di medioevale restano la torre, la fontana e qualche bifora appiccicata alle facciate di alcuni edifici: insomma, cose che interessano pochi lettori; al contrario di quello che altrove ho definito "il fiore all'occhiello" del paese, cioè la festa di San Domenico.

Il comandamento che i vecchi serpari hanno consegnato alla loro stirpe suona: "San Giuseppe, la prima serpe". Quando fu coniato questo precetto le stagioni si succedevano con una certa stabilità, quando Natale cadeva a Natale e Pasqua cadeva a Pasqua, quando il 19 marzo cadeva a San Giuseppe e il primo sole scendeva sulle colline più basse a riscaldare le zolle ancora umide mentre le nevi brillavano sulle montagne. L'adagio si riallacciava inconsciamente a ricordi atavici, a quando Andromaco, medico cretese di Nerone, quasi duemila anni fa affermò che i serpi potevano essere catturati più agevolmente allorché sorgevano le Pleiadi (cioè il 9 maggio, secondo il calendario giuliano).

Le bisce che sfilano sul simulacro durante la processione del primo giovedì di maggio sono innocue; eppure la fantasia ingenuamente schifiltosa di qualcuno prova ripugnanza per le povere bestiole perché somigliano all'esemplare velenoso che sta sotto i piedi della Madonna a simboleggiare l'avversità di Costei per la perfidia delle persone infide. Il colubride (le bisce si distinguono dai viperidi per essere questi più piccoli) preferito dai serpari, e giustamente, è il cervone (scientificamente "elaphe quatuorlineata" e volgarmente già chiamato "capitone"), perché esso è la biscia più grossa e pacifica: quando è adulto ha il dorso marrone striato con fasce longitudinali, quando è giovane ha il dorso maculato; forse è il più grosso ofidio di questo continente con i suoi 180 centimetri di lunghezza. Il saettone somiglia molto al cervone, di cui spesso raggiunge la lunghezza ma non lo spessore, succhia anch'esso latte dagli animali. Il biacco viridiflavus (la "serpa penta") è verde giallastro con macchie dorsali nere verde cupo ed è elegante, vivace e mordace: non supera un metro e mezzo di lunghezza; una variante scura per la notevole pigmentazione ne è il biacco carbonarius ("serpa nera") e quindi anch'esso è mordace, fiero e irascibile. La biscia dal collare (qui impropriamente "cervone") non è ricercata perché, quando la si afferra, sibila emettendo dalla cloaca un liquame puzzolente.

La "banda", lo scampanio, le bancarelle...: sono ingredienti indispensabili per la colorazione della festa paesana; ma il culmine essa lo raggiunge con lo svolgimento della famosa processione con i serpi che solcano le pieghe del manto rigido della statua del Santo e che salgono verso l'alto. Superfluo scendere nei dettagli, visto che ormai la manifestazione è conosciuta in tutto il mondo; piuttosto mi si conceda la pretesa di contestare le perplessità di qualcuno e di scrostare la superficialità di qualcun altro. Premetto di non essere un teologo né un filosofo, ma semplicemente un Cocullese che osserva e studia la festa del suo paese da decenni.

Nella prima metà del secolo scorso l'illustre studiosa americana Clarke Smith avanzò l'ipotesi che una divinità femminile pagana, Angitia o Bona che fosse, come oggetto di venerazione abbia preceduto Ercole e poi una lunga catena di idoli e taumaturghi di sesso maschile: questa ipotesi, che è stata suffragata da altri studiosi, mi affascinò e da essa partirono le mie ricerche. Perciò lessi con molta attenzione il brano riportato dal cattedratico rumeno Marin Mincu secondo cui il poeta sulmonese Ovidio duemila anni fa, forse nel poema scritto nella lingua di coloro che lo ospitavano durante l'esilio (M. Mincu, "Il diario di Ovidio", Bompiani 1997, pag. 228): "... Ricordo con nostalgia la mia infanzia spensierata, quando a Sulmona maneggiavo i serpi sull'ara di Ercole Curino". La marsicana Angizia (che coincideva con la peligna Anaceta) aveva ormai passato il testimone ad Ercole. Non starò ad elencare i richiami che si sono succeduti nei secoli per concludere che anche a Cocullo santi cristiani hanno trasformato il contenuto del culto per assorbire la funzione delle divinità pagane.

Mi soffermo brevemente, ora, per quel che mi è permesso seguendo una mia intuizione, su alcune considerazioni. Per descrivere la festa di San Domenico occorre distinguere tra forma e contenuto, cioè tra festa pagana o paganeggiante (numerose sono state le trasformazioni dell'antico rito) e festa cristiana. Sant'Agostino, Dottore della Chiesa, consigliò (il comandamento è attuale soprattutto nel caso specifico) di consacrare a Dio i boschi sacri (dei pagani), non di incendiarli; d'altronde neanche i conquistatori romani molte volte erano riusciti ad estirpare i culti preesistenti nelle regioni occupate: "...Roma talvolta addirittura incoraggiava ciò che Festo chiama municipalia sacra...In conseguenza, nell'Italia rurale certe pratiche religiose dovettero certamente sopravvivere, e non è escluso che alcune cerimonie che si celebrano tuttora, come la festa dei serpenti a Cocullo e la corsa dei ceri a Gubbio, con le loro caratteristiche pagane, possano essere una lontana eredità di celebrazioni in onore di Angitia e Kerres (E. T. Salmon, "Il Sannio e i Sanniti", Einaudi 1985, pag. 176). Già prima del Cristianesimo i culti pagani si erano progressivamente svuotati, considerato che una diversa mentalità stava creando l'humus per una nuova religione. Con l'avvento del Cristianesimo quei culti furono resi accettabili a questa nuova mentalità la quale cercava il calore che riempisse quelle forme ormai aride: furono riempite e riscaldate con la fiamma divina, e così fu plasmato il contenuto di molte feste cristiane. Questa tesi mi sembra che sia validamente sorretta dai canti strazianti dei pellegrini che ancora accorrono numerosi a Cocullo ogni primo giovedì di maggio; oltre che dall'affezione dei Cocullesi per il loro Patrono, soprattutto di quelli d'oltreoceano i quali in America hanno riprodotto almeno una "festa di San Domenico" per onorare il loro Santo: degli uni e degli altri l'attaccamento a San Domenico si è radicato nello spirito religioso, per cui ora è inutile, ma soprattutto dannoso, ritoccare anche qualche solo particolare importante del rito: è come se si volesse sconvolgere il portato folcloristico-religioso di una storia che ormai è entrata nel patrimonio di una gente.

 A cura di Nino Chiocchio

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della prologo Valter chiocchio. Per le fotografie Paolo Gizzi.